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QUESITI (RISOLTI) SU GIAMBATTISTA VICO
Quali sono i temi fondamentali di uno dei primi scritti vichiani di una certa rilevanza filosofica, De nostri temporis studiorum ratione e del Liber metaphysicus?
Il De nostri temporis studiorum ratione
è importante in quanto anticipa alcuni temi sviluppati nella Scienza nuova; in
tale scritto Vico insiste sul concetto di una "educazione globale".
Il concetto dell'universalità del sapere, dell'unità
delle varie sfere dello scibile è fondamentale per il Vico e gli proviene
da Platone. Il De nostri temporis è uno lavoro che si richiama alla
"querelle des anciens et des modernes" del tardo '600, cioè alla
disputa in cui si cercava di stabilire la superiorità culturale degli antichi o
dei moderni. Vico cerca di arrivare a una mediazione
fra le due posizioni opposte, riconoscendo le ragioni di entrambe le parti.
Questo si ritrova nella Scienza nuova, in cui Vico spiega lo sviluppo dalla
società arcaica verso quella moderna riconoscendo, insieme al
"progresso", anche alcuni elementi di superiorità dell'arte antica.
Anche per quanto concerne il diritto, nel De nostri temporis, si individuano
alcuni principi che determinano lo sviluppo e la storia del diritto, i quali
verranno poi sviluppati in maniera più profonda nella Scienza nuova.
Il Liber
metaphysicus di Vico è incentrato sul tentativo di ricostruire la
vecchia sapienza dei popoli italici che abitavano l'Italia nel primo millennio
prima di Cristo. Qui Vico, a differenza della posizione sviluppata nella
Scienza nuova, sostiene che vi sia una sapienza filosofica che possiamo
ricostruire dalle etimologie della lingua latina. Una delle idee filosofiche
fondamentali di quest'opera è il famoso principio del "verum factum",
l'idea cioè che di verità possiamo parlare solo in quanto siamo noi a crearla,
come avviene ad esempio nella matematica. Gli oggetti matematici sono creati da
noi; per questo abbiamo una conoscenza assoluta della matematica, mentre non
possiamo arrivare ad una conoscenza completa per ciò che riguarda il mondo della
natura. Possiamo però arrivare ad una conoscenza parziale attraverso gli
esperimenti, riproducendo, in qualche misura, negli esperimenti, la creazione
divina. Con questa teoria Vico sembra avvicinarsi molto al
"costruttivismo" moderno. Parliamo dell’opera fondamentale
di Vico, “Scienza nuova”: qual è il
suo scopo principale e la sua struttura?
Quando si parla della Scienza nuova - il titolo completo è
Principi d’una scienza nuova dintorno alla natura delle nazioni -
bisogna riferirsi all’edizione del 1730. La Scienza nuova è, in generale, un
tentativo di fondare una nuova scienza sulla natura comune ai diversi popoli e di capire le leggi che
determinano lo sviluppo delle varie
culture. In questo contesto naturalmente la storia assume uno statuto
fondamentale in quanto non è una congerie confusa di fatti, ma un insieme che
segue determinate leggi e si evolve secondo certi principi. Vico è convinto che
esistano PARALLELISMI nello sviluppo
delle varie culture e che solo sulla base di questi parallelismi sia possibile
parlare di una forma scientifica nello studio della storia. Egli è infatti
d'accordo con il principio fondamentale della filosofia aristotelica e
platonica secondo cui si può avere
scienza solo dell'universale. Proprio perché esistono "elementi universali",
parallelismi, nello sviluppo delle varie culture Vico è in grado di presentare
i risultati delle sue analisi nel quadro di una "scienza". Nella
Scienza nuova incontriamo il principio del "verum factum" che viene
applicato alla storia degli uomini. Anche la storia è un prodotto umano ed ha
un grado di realtà superiore a quello degli "enti ideali" della
matematica. La Scienza nuova è divisa in cinque libri e comincia con un'ampia introduzione, l’"Idea dell'opera", che spiega una immagine posta da Vico all'inizio dell’opera: qui trovi l’immagine allegorica che apre l’intero trattato: Si tratta di una allegoria: Vico scrive minuziosamente i
sovrasignificati di ogni particolare ivi riprodotto “La
donna con le tempie alate è la metafisica. Il triangolo
luminoso con dentro un occhio veggente è Dio. Il globo è il mondo,
la natura, cinto dallo zodiaco, ove dominano i segni della Vergine e
del Leone. Il raggio della divina provvidenza tocca la metafisica e
si riflette sulla statua di OMERO. L’altare significa che il mondo civile
cominciò presso tutti i popoli con le religioni. Sull’altare c’è una
verga, che significa l’arte del vaticinio, dell’acqua e del fuoco, simboli
del matrimonio. Poi c’è un’urna, con su scritto D.M, che significa il
culto dei morti. Aratro, timone, alfabeto, spada, borsa, bilancia e
caduceo sono gli altri simboli e temi dell’opera”
(Click qui per il
testo integrale) IL PRIMO LIBRO: tratta
della individuazione dei principi. Si sviluppano poi le "Degnità",
gli assiomi che determinano le ricerche che seguiranno. Qui Vico tratta dei
vari principi che sono alla base dell'"umanità": fondamentali sono la
religione, la sepoltura dei morti e
il matrimonio. Segue una sezione sul metodo. IL SECONDO LIBRO: è
quello più ampio e anche quello più confuso. Si cerca di ricostruire la sapienza poetica del mondo antico in
undici sezioni che trattano le varie discipline: la metafisica, la logica, la
morale, l'economia, la politica, la storia, la fisica, la geografia. IL TERZO LIBRO: è
dedicato ad Omero; in esso Vico pone per la prima volta, in modo adeguato, la
"questione omerica" e cerca di fornirne una soluzione. IL QUARTO LIBRO:
analizza lo sviluppo che le forme di cultura hanno avuto nelle tre epoche in
cui si suddivide la storia e i corrispondenti tre tipi di giudizio, di
giurisprudenza, di governo ecc. IL QUINTO LIBRO:
analizza i ricorsi che si verificano nella storia a causa di periodiche e
cicliche ricadute nella barbarie; questo è soprattutto dedicato ad un'analisi
dei parallelismi che esistono tra la cultura antica, greca e romana, e la
cultura del primo medioevo.
Che rapporto vi è tra la teoria dei "cicli storici" e
il concetto di "sviluppo"?
Vico pensa in primo luogo che vi sia un
"paradigma" secondo il quale la storia si sviluppa. La storia segue
determinate fasi e questa legge che la governa si ripete eternamente, ad
infinitum. Esiste dunque una logica dello sviluppo della storia, che si
ripete nelle diverse nazioni, anche nel caso del "ricorso", della
ricaduta nella barbarie: questa struttura ferrea è la "storia ideale
eterna". Vico non ha dato però una risposta soddisfacente alla questione
circa il rapporto, che sembra di contrasto, tra la teoria dei 'cicli storici' e
il concetto di 'sviluppo'. Per lui il medioevo è una ripetizione della cultura
arcaica; non si chiede perciò se il medioevo sia anche qualcosa di più alto del
mondo arcaico dei greci e romani. Si potrebbe pensare che non si tratti di veri
cicli, ma di una spirale e che le
ripetizioni si verifichino comunque ad un livello superiore. Ma Vico non dice
nulla in proposito. Ciò è tanto più sorprendente in quanto Vico si è sempre
professato cattolico e cristiano e ci si aspetterebbe quindi che sottolinei
come nel primo medioevo vi fosse il cristianesimo e non più la religione pagana
dei Gentili. Ci sono alcune allusioni a questa differenza tra cristianesimo e
paganesimo, non però una riflessione profonda. Vico è soprattutto interessato
alle similitudini tra il primo medioevo e le culture arcaiche e non analizza,
al di là di queste somiglianze, il problema anche sulla base di un eventuale
progresso nei cicli che si susseguono.
L’assenza, nel pensiero di Vico, di una riflessione sul
concetto di 'sviluppo storico' può derivare, in parte, dal fatto che la categoria
di 'progresso' sarà definita soltanto verso la fine del '700; la categoria di
‘progresso’ infatti è una categoria che
al tempo di Vico non aveva ancora una rilevanza fondamentale. La teoria
vichiana è inoltre molto influenzata dal pensiero di Platone, nel quale questa
categoria non sussiste: il cosmo è una struttura che si ripete eternamente e
che non può implicare un progresso infinito. In questo direi che c'è in
Vico perfino qualcosa di pagano, di diverso rispetto all'idea della storia di
matrice cristiana. Nella convinzione della "ripetizione eterna dei
cicli", egli scrive che perfino se ci fosse un infinito numero di mondi,
questi cicli si ripeterebbero sempre: questo è indubbiamente un elemento
anticristiano e antiprogressivo.
Qual è la funzione che svolge la
"provvidenza" nella concezione vichiana della storia e come si
potrebbe istituire un confronto tra Vico ed Hegel nel quadro di una filosofia
della storia?
Tra le questioni più tormentate dell'esegesi del pensiero
di Vico si trova proprio la questione riguardante l’ortodossia o l’eterodossia,
dal punto di vista della religione cattolica, del concetto di 'provvidenza' in
esso formulato: questo concetto non può essere definito come
"ortodosso". La provvidenza della quale parla Vico ha una razionalità
indubbiamente superiore alla razionalità cosciente dei singoli uomini, in
quanto governa gli eventi al di là dei singoli fatti che hanno per protagonisti
gli uomini stessi; è comunque una razionalità che però può essere spiegata in
maniera naturale. La provvidenza che agisce nella storia, secondo Vico, non è
fatta di miracoli, ma agisce in maniera naturale, almeno nella storia dei
pagani. Vico fa un'eccezione per la storia degli ebrei che secondo lui è
guidata in maniera sovrannaturale dalla provvidenza divina. La provvidenza
divina nella storia della quale lui si occupa, riferita alla storia pagana,
agisce però in maniera totalmente naturale e si può paragonare
all'"astuzia della ragione" di Hegel. Nella filosofia della storia di
Hegel viene anzitutto a mancare la teoria dei cicli. Hegel è infatti convinto
che la storia non si ripeta e perciò proprio l'argomento fondamentale di Vico,
per cui la storia può essere scienza solo se ci sono analogie strutturali tra
le varie culture che in essa si susseguono, non è presente nel pensiero
hegeliano. Se si vuole paragonare Vico con la filosofia della storia moderna, è
più pertinente il raffronto con Spengler e con Toynbee. Piuttosto mi sembra che
vi siano analogie profonde tra il
concetto di 'provvidenza' in Vico e quello di "astuzia della ragione"
in Hegel. Rispetto alla questione della "scientificità" della
storia, delle sue leggi e delle sue costanti, penso invece che le differenze
tra i due siano enormi.
Nel quadro delle distinzioni che
per Vico sussistono tra i vari stadi della storia, come possono essere
conosciute le "fasi arcaiche"?
Vico ha avvertito molto profondamente il problema della
conoscenza di un'altra cultura. Vico è uno dei primi filosofi a porsi il
problema di come possiamo capire una cultura diversa dalla nostra, di come
possiamo entrare nella "mentalità" di un'altra cultura. Mentalità
diverse dalla nostra non hanno infatti soltanto contenuti differenti, ma
implicano anche altre forme di pensare che, secondo Vico, rendono necessaria un'astrazione
dai nostri pregiudizi, dalla "boria dei dotti" che credono che il
loro sapere sia vecchio come il mondo. Secondo Vico noi non possiamo
"sentire" come sentono gli uomini appartenenti ad altre culture e
possiamo soltanto intendere, con fatica, la mentalità degli altri popoli.
Vico è quindi in un certo senso un critico ante litteram
della teoria dell'Einfühlung sviluppata da Dilthey, secondo la quale dobbiamo
tentare di immedesimarci con il sentire degli altri popoli e delle altre
persone. Per Vico questa via ci è totalmente preclusa: non sentiremo mai come
sentirono i primi uomini; possiamo però capire
e studiare il loro agire. Una possibile chiave, per entrare nella forma
mentis dei popoli arcaici, è ricordarci della nostra infanzia e osservare i
bambini perché, secondo Vico, il comportamento dei bambini riflette il
comportamento degli uomini in una cultura arcaica. ABSTRACT
Secondo il pensiero del
filosofo napoletano, il sapere umano è limitato, perciò a ogni nuova
estensione del sapere va premessa una critica che vagli la natura, le
possibilità e i limiti del suo conoscere, condizione necessaria per acquisire la
verità. Sviluppando questa premessa Vico arriva alla convinzione che le
scienze umane sono avvantaggiate rispetto a quelle naturali, perché l'uomo
può conoscere fino in fondo soltanto ciò che egli stesso ha prodotto: si sa ciò
che si fa. Nelle scienze naturali invece l'uomo raggiunge al massimo la
verosimiglianza, mai la certezza e l'evidenza ultima: se si potessero
dimostrare i fenomeni fisici, si sarebbe capaci anche di produrli. La natura e i
fenomeni fisici non sono prodotti, ma trovati dall'uomo e in questo caso il suo
conoscere non ne penetra tutta l'essenza. Solo Dio, che ne è il creatore, può
conoscere con la certezza della dimostrazione la natura. Il mondo della storia
si offre invece all'uomo come un ambito in cui è possibile una conoscenza
adeguata, giacché l'uomo stesso ne è l'artefice. Che la scienza quindi scandagli
la natura e i suoi fenomeni anziché indagare nella storia umana per riscoprire e
riconoscere in essa la spiritualità dell'uomo è un paradosso. La certezza che
può offrirci la storia non è minore di quella offerta dalla geometria: entrambe
infatti sono opera dell'uomo. Della storia l'uomo può avere una comprensione
integrale: compito e fine del sapere è dunque quello di studiarne e portarne
alla luce le leggi, i ritmi che la governano e di svelarne così il vero volto.
In tal modo Vico poneva le basi di una nuova metodologia della storiografia e
delle scienze umane. Nella Scienza nuova Vico si propone di scoprire l'intima
struttura dello sviluppo delle cose umane, cioè della storia; quali sono le
leggi e i principi che reggono e governano questo sviluppo; quali sono le fasi e
i gradi successivi attraverso i quali l'uomo è passato partendo da una
condizione selvaggia e quasi animalesca per arrivare alla
cultura e alla
civiltà più progredita. La storia palesa, secondo Vico, una legge che ne guida
lo svolgersi secondo uno schema triadico: l'età degli dei, l'età degli eroi e
l'età degli uomini, in continua successione dell'una nell'altra, sì che il
cammino della storia appare come un tracciato circolare, sul quale il continuo e
ininterrotto ripetersi di quelle tre età o stadi finisce per ritornare sui
propri passi e ricominciare così il ciclo nuovamente dall'inizio. Nei miti,
nelle saghe e nel linguaggio dei popoli e delle stirpi Vico ricerca le
testimonianze e le tracce dei primi tempi della storia umana. Ai geroglifici che
costituiscono un linguaggio ancor impacciato segue la lingua eroico-poetica e a
questa segue infine la lingua umana e prosaica: la lingua della civiltà e della
scienza moderna, che riproduce nell'ordine delle idee l'ordine delle cose,
aderendo il più strettamente possibile alla realtà e non lasciando più spazio
all'invenzione e alla fantasia. Lo studio delle lingue e delle etimologie
diventa così d'importanza capitale perché possa realizzarsi un'autentica e
approfondita conoscenza storica. Da questo appare evidente come
l'interpretazione vichiana della storia muova da una condizione primitiva e
selvaggia, dalla quale solo gradualmente l'uomo si libera. In questa prima età
l'uomo, preda di mille paure e timori, subisce passivamente la cieca e
imprevedibile volontà degli dei che egli supinamente adora. Passa poi all'età
degli eroi, caratterizzata da un regime oligarchico e aristocratico nel quale il
potere si esprime nell'arbitrio di pochi. Al culto degli dei si sostituisce ora
quello degli eroi, gli stessi che detengono il potere. Nella terza e ultima età,
infine, subentrano la coscienza, la ragione e il dovere: gli uomini sono ora
capaci d'intendere e di volere autonomamente, sono cioè padroni di sé. Culmine e
manifestazione estrema di questa età è, secondo il Vico, il prosaico mondo della
moderna civiltà borghese, unicamente preoccupato di garantirsi sicurezza e
benessere. Essa perciò entra in crisi e ne inizia il processo di disfacimento
e di decadenza, prospettando il ritorno a una nuova barbarie. In una vera e
propria catastrofe planetaria la civiltà stessa si disgrega riconsegnando l'uomo
alla sua situazione originaria e consentendo così alla storia di ricominciare
da capo il proprio ciclo. Vico ebbe la sua piena valutazione solo dallo
storicismo ottocentesco e soprattutto da
B. Croce, che ne
studiò a fondo l'opera e mise in luce la grande attualità e la profondità
speculativa delle sue dottrine. LINK INTERESSANTI: James Joyce, nel racconto Finnegans wake,
utilizza la teoria vichiana dei corsi-ricorsi. Il Nobel Letteratura Samuel Beckett dedica un saggio a
Vico e Joyce. Secondo alcuni critici anche il ciclo de La commedia umana
di Balzac riflette la teoria ciclica vichiana.
APEL 1975 Karl Otto Apel,
L'idea di lingua nella tradizione dell'Umanesimo da Dante a Vico, BO,
Mulino, 1975 BADALONI 1982 Nicola Badaloni, Introduzione a
Vico, BA:Laterza 1982 CROCE 1901 Benedetto Croce, Giambattista Vico primo
scopritore della scienza estetica 1901
ABSTRACT Le linee di distinzione tra le tre età non sono da Vico
segnate tutte con la stessa decisione. Più marcatamente distinta dalle età degli
dei e degli eroi appare l' età degli uomini, poichè la fantasia è tanto più
robusta quanto più debole è il raziocinio ( Degnità XXXVI ), e quindi la
fase più razionale dello sviluppo umano deriva la sua forza, per così dire
,dalla debolezza delle fasi in cui predominano senso e fantasia. Assai prossime
appaiono invece le prime due età , nelle quali le facoltà prevalenti non solo
non si oppongono, ma si completano vicendevolmente: la fantasia si fonda
necessariamente sui sensi e i sensi trovano nella fantasia la loro più naturale
espansione. Infatti l' età degli dei e quella degli eroi ( ovvero la facoltà del
senso e della fantasia ) hanno in comune l' elemento della poesia, intesa
etimologicamente - secondo un' accezione che avrà molta fortuna nel romanticismo
- come fare, creare ( dal greco poieìn ). I primi poeti , i "poeti
teologi" che immaginano Giove e le altre divinità, sono veri "creatori" di
realtà. Attraverso la poesia i popoli primitivi ed eroici hanno creato idee,
costumi, comportamenti e quindi in generale, una realtà che prima non esisteva.
Da qui deriva la grande importanza attribuita da Vico alla sapienza poetica, che
costituisce anche uno degli elementi più originali della sua trattazione. La
sapienza poetica degli antichi, infatti, non è priva di verità: "vero poetico" e
"vero metafisico" coincidono. I contenuti della sapienza poetica non sono
diversi da quelli della sapienza razionale. Ma ciò non significa, come
sostenevano i razionalisti seicenteschi, che essa fosse "sapienza riposta", e
ciò cioè un sapere già conosciuto consapevolmente in forma razionale, ma
intenzionalmente velato da un' espressione misterico-allegorica, della quale
deve venire spogliato per essere restituito alla sua purezza concettuale. Al
contrario, le immagini fantastiche in cui si esprime la sapienza degli antichi
sono necessaria espressione del loro modo di sentire e di pensare, e fanno tutt'
uno con esso. Con il che Vico non fa altro che affermare il valore autonomo
della poesia nei confronti del pensiero logico-razionale. Di conseguenza, gli
strumenti di cui si avvale il sapere poetico sono assai differenti da quelli
della conoscenza razionale. Se quest' ultima opera mediante i concetti astratti
dell' intelletto, la poesia costituisce invece universali fantastici (o "generi
fantastici"), nei quali una particolare immagine del senso e della fantasia
esprime un contenuto conoscitivo a carattere generale (analogo a quello che nel
sapere razionale è il concetto): così, nella cultura omerica, Achille è la
rappresentazione del coraggio, Ulisse quella della prudenza. Tenendo conto che
la sapienza poetica, come si è detto, ha sempre un contenuto di verità, anche l'
universale fantastico non è mera fantasia, ma è una realtà (ancorchè fantastica)
superiore alla stessa resaltà fisica: Dallo che esce questa importante
considerazione in ragion poetica: che il vero capitano di guerra , per esemplo ,
è l' Goffredo che finge Torquato Tasso; e tutti i capitani che non si conformano
in tutto e per tutto a Goffredo , essi non sono veri capitani di guerra (DegnitàXLVII).
La concezione vichiana della poesia si riflette su quella del linguaggio. Come
gli uomini hanno cominciato a pensare per universali fantastici e non per
concetti, essi hanno iniziato a parlare in poesia, e non in prosa. Il linguaggio
cantato precede quindi quello parlato, come si evince anche filologicamente dal
fatto che le prime testimonianze letterarie dei popoli antichi sono poemi e non
opere in prosa. Dal che consegue anche, per Vico, l' infondatezza della tesi che
sostiene l' origine convenzionale e arbitraria del linguaggio. Le lingue hanno
un' origine naturale, poiché sono la traduzione fonica delle immagini poetiche
che i popoli hanno sviluppato nell' antichità in accordo con il loro grado di
sviluppo mentale e storico. Soltanto nella terza età - degli uomini e della
ragione - sopravviene la componente convenzionale del linguaggio. In piena
armonia con questi presupposti teorici è la dottrina della discoverta del
vero Omero, che Vico considera uno dei maggiori risultati - sul piano
filologoco e filosofico - della sua ricerca, tanto da dedicarvi un intero libro
della Scienza nuova. La tesi vichiana - oggi non più accolta , ma di estrema
importanza storica per lo sviluppo della "questione omerica" - è che Omero non
sia né un poeta singolo , né un cantore immaginario, ma il popolo greco nel suo
insieme . In altri termini, Omero è una realtà storica non in quanto persona
fisica, ma perché rappresenta il "carattere eroico" unitario in cui si sono
riconosciuti i diversi rapsodi che in Grecia andavano cantando le epopee
popolari dell' Iliade e dell' Odissea . Anticipando teorie che saranno riprese
nel 1800 dai Romantici, il filosofo napoletano afferma che la poesia omerica non
può considerarsi il prodotto di un solo autore, ma di tutto il popolo greco nel
suo " tempo favoloso ", l' ordito collettivo di intere generazioni di cantori
popolari che si celebrarono dietro il simbolico nome di Omero. Infine, il
linguaggio per Vico non é un prodotto dell'intelletto umano, ma un'operazione
della fantasia, il frutto di quel momento in cui l'uomo avverte le cose con
animo perturbato e commosso. Esso é scaturito a guisa di canto dalla
commozione degli uomini primitivi; é sorto tra gli uomini come opera poetica,
come espressione emotivo-fantastica. E' questa una delle concezioni più audaci
di Vico, una concezione che fa del linguaggio un
atto del tutto creativo, quell'atto che si ripete ancor oggi ogni volta
nelle pagine degli scrittori, quando essi usano sì le parole consuete, ma per
ciò stesso che le usano le rinnovano del tutto, piegandole alle loro diverse
esigenze, alla visione nuova che essi propongono delle cose e degli uomini.
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