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Una volta, tanti anni fa, mi successe che un mio alunno non riusciva a prendere più di sette ai compiti di Italiano. E il suo papà voleva di più. Eh, i voti…

Questo papà venne a parlarmi una volta, poi due, poi tre. Non sapevo come fare a spiegargli che ci vuole tempo, per raggiungere l’otto in Italiano scritto. Come ne uscivo? Il suggerimento mi venne da mio marito, totalmente estraneo alla scuola e spinto forse da una inconsapevole immedesimazione in quel padre: “Mettigli dieci”. Dapprima mi sembrò un’assurdità, ma poi decisi che poteva essere davvero un’ottima idea. Dieci, dieci, dieci. Ogni cosa che scriveva, anche per casa, era sempre dieci. Se è il voto che vuoi, papà, ti faccio contento. Beh, erano altri tempi, quelli un in cui un professore appassionato poteva cercare strategie “creative”. Facevamo gli insegnanti.

Come finì? Che quel papà tornò da me, scusandosi a modo suo, e chiedendomi di dare a suo figlio il voto giusto, quello che meritava. Da quel momento il ragazzo ri-cominciò ad imparare, e nell’arco dei tre anni raggiunse l’eccellenza, fino a prendere il massimo al tema dell’Esame di Stato. Ecco: quel papà si trovò a scegliere tra il voto, e l’apprendimento. E scelse l’apprendimento. Era un padre colto, intelligente, di quelli in grado di capire che la scrittura efficace non è un insieme di pensierini buttati lì a caso, e che i voti non bocciano o promuovono voi in quanto persone, ma il vostro compito di quel giorno, a quell’ora, su quella competenza.

E ora NON continuate a leggere quello che sto scrivendo se siete ragazzi ricchi, se la vostra casa è dotata di una bella libreria. Non continuate a leggere se quest'estate andrete a Toronto, a New York, a San Francisco, o a visitare la capitali europee, con la vostra famiglia o per conto vostro, con qualche amico o con la fidanzata. Non leggete oltre, se la vostra infanzia è stata allietata da Salgari, Jules Verne, fumetti, letteratura per ragazzi (Harry Potter vale solo se l'avete letto in inglese). Non leggete oltre, se a casa vostra avete visto entrare il giornale tutti i giorni, e vostro padre in poltrona a sfogliarlo nel primo pomeriggio; o se vostra madre aveva sempre un bel libro sul comodino, e lo leggeva di sera con gli occhiali sulla punta del naso invece di guardare la televisione. O se d'estate partecipate ad eventi culturali che non siano sagre, se fate campus, scuole estive, potenziamento della lingua inglese. Perché? Perché voi ce la farete comunque. E perché a voi non serve dire quello che dovete fare: già lo sapete.

Leggete fino in fondo, invece, se appartenete a una famiglia “normale”, che risente della crisi, che deve combattere con delle difficoltà economiche; oppure a una famiglia che non ha un gran titolo culturale, che cerca di far quadrare i conti, una famiglia come tante, di quelle che vi dicono "se ti compro il telefono nuovo non posso mandarti al mare".

Leggete fino all’ultimo rigo se appartenete a quei due terzi delle mie classi che non possono concedersi grandi lussi durante le vacanze, che vanno al mare ospiti dei parenti, che d'estate fanno "i lavoretti" per pagarsi le spesucce dell'inverno.

A voi dico: in questo periodo sentirete un sacco di gente che polemizza contro i compiti per le vacanze, che dichiara il sacrosanto dovere del riposo di tre mesi in cui "liberare il cervello". Non date retta a chi lo dice. Voi, invece, leggete i libri che vi si danno da leggere, fate le versioni che vi si danno da fare. Nessuno si occuperà di voi nel corso di queste vacanze, se non quei libri che dovrete leggere, se non quelle versioni che dovrete fare. Sarà la cura che avrete di voi stessi per non tornare a settembre dopo tre lunghi mesi di muretti e di campetti di cemento, di bevute occasionali o programmate, di rancori covati guardando le vacanze degli altri attraverso i reportage su Facebook, i primi piani con l'espressione “io posso” davanti al monumento. La fatica che vi ci vorrà per allinearvi a tutti gli altri (quelli che avranno viaggiato, visitato, conosciuto), durerà tutta la vita. Sarete perennemente in debito, perennemente in affanno. I debiti che avete sono debiti sociali. Perciò fate i compiti che avete da fare, e non guardate quelli di voi che non li faranno. Cercate di essere furbi, cercate di essere intelligenti. Brontolate pure contro La coscienza di Zeno, brontolate contro La lettera scarlatta e La Chimera, ma mentre brontolate tenete duro e leggete fino all'ultima pagina, resistete, anche se la vostra mente cercherà di scendere giù in strada a giocare a pallone perché è semplice, perché non costa nessuna fatica. Non date retta a chi vi dice di far riposare il cervello, il vostro cervello non ha che i compiti a nutrirlo, se non potete fare altro. La scuola è il vostro unico riscatto. Non vi siete accorti che siete una generazione indietro sui nativi digitali? Oh sì, che ve ne siete accorti. Per voi non c'è un modo di apprendere basato sulle tecniche dell'università della Terza Età...

I peggiori disastri vengono perpetrati durante la vacanze, da quelli che vi dicono di non fare i compiti. Vogliono che restiate indietro, indietro. E loro avanti, sempre più avanti. Il mito del pensiero divergente acquisito fuori dalla scuola è una bufala. Non solo non c’è divergenza, non c’è neanche pensiero, al di fuori di una scuola che ti chiede ogni giorno di combatterla.

Perciò, fate come quel bravo padre: accettate dal voto ciò che esso significa, e significa “insisti, continua, dura fatica”. Quel “cinque” passato a “sei” non ti potrà mai bastare.

Potete fare o non fare i compiti che vi lascerò scritti in bacheca. Farli o non farli, senza vie di mezzo, del tipo "copiarli" o "farli maluccio", o farne metà.

Sappiate, però, che i ragazzi che potrebbero anche non farli, li faranno.