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Non mi piace quello che ha scritto Alessandro D'’Avenia sul primo giorno di scuola. Sono anni ormai che me lo rileggo, quell’articolo di "“Avvenire"” del 2011, e mi piace sempre di meno. Sembra scritto da uno studente. Un insegnante non vi vede lì passivi ad aspettare l’'animatore. Un insegnante non vi fa aspettare qualcosa che arriva dal cielo, non alimenta stupide aspettative da telefilm, non mette l’'accento sulle proprie capacità di guidare, di accendere, di scavare, di illuminare. Un insegnante sa di essere solo un reagente, un mezzo, non si fa protagonista ineludibile del tuo sapere. Un insegnante vero l’'accento lo mette sulle tue capacità. E non ti dice “siediti, guardami e aspetta che io ti stupisca. Un insegnante sa che dopo il tuo applauso di spettatore non succederà nulla, ci sarà solo il silenzio di una sala buia. Fossi D’Avenia, io, avrei scritto questo:

Ragazzo, quest’anno sarà dura più dell’anno scorso, e tu devi mettercela tutta. Non sono anni belli, questi. Viviamo un momento in cui puoi contare solo su te stesso. Quello che ci succede intorno è terribile. Sei cresciuto vedendo vergogne, indecenze, teste mozzate, corruzione. Ma fai che questo non sia un alibi. Ricordati che tu non sei diverso da ogni altra generazione. Ognuna ha avuto le sue guerre e le sue teste mozzate. Non stare lì a lamentarti, tocca a te, ora. Non chiedere, non aspettarti dagli altri, non stare lì ad elemosinare. Abbi una dignità, alzati, imponi la tua forza a chi ti sta davanti. Quello che devi imparare, quando vieni a scuola, è a trovarla, quella forza. So che ce l’hai. Potresti scardinare il mondo intero. E l’unica cosa che io devo cercare di fare è importi di non usarla contro te stesso. Ecco perché vorrei un primo giorno di scuola diverso dagli altri. Vorrei vederti venire in classe arrabbiato, e non perché ricominciano i compiti, ma per tutto quello che hai visto accadere intorno a te quest’estate. Vorrei vederti venire carico di desiderio di discuterne, di chiedere, di sapere. Vorrei che tu capissi che quello che faremo quest’anno non è diverso da quello di cui vorresti parlare tu. Vorrei che tu partecipassi a quello che si dice. Accendi quella luce che hai dentro, non puoi aspettarti da fuori quello che non hai dentro. Fa’ che io non veda davanti a me i tuoi occhi che annaspano nel nulla di un’sola tropicale. La noia? Oh, io non sono qui per divertire. Se ti annoi, chiediti perché. Sei già grande abbastanza per capire. Non posso raccontarti barzellette o fare balletti per tirarti dentro. Io non ti regalo niente. Nessuno ti regalerà niente. Mettiti nella testa che le cose te le devi sudare, e la noia sei tu che devi combatterla, scavando nelle cose che fai e che ti piacciono. Fammi vedere che tieni a te stesso, che vuoi farci qualcosa, con la tua vita, col tuo cervello, con la tua forza. Fammi vedere che davanti a una montagna riesci a scalarla, e se non puoi scalarla, che riesci a scavarla con un cucchiaio un po’ al giorno. Fammi vedere che quello che ti dico non è lontano mille miglia da te solo per il fatto che non lampeggia e non suona. Fammi vedere che tu mi vedi, vedi ME, una persona umile, un semplice veicolo, un vigile urbano che cerca di fare ordine nel parcheggio del tuo cervello. Non aspettarti da me l’onniscienza, non ce l’ho. Ecco, io metto ai tuoi piedi il poco che ho: la mia umiltà nel saper cercare le cose perse, gli aghi nei pagliai. Non ce l’ho la verità, non l’ho mai avuta, in questi trent’anni di scuola. Nessuno ce l’ha. Trovatela da solo. Odiami pure, ma trovati la tua, trovala dopo averne lette e ascoltate mille altre dalla mia bocca. E metticela tutta. Davanti a un compito andato male non piangere, non dare la colpa a me, ai compagni, ai genitori, al passato, alla pioggia. Un compito andato male è solo il mattone di un muro, un mattone come gli altri, uscito male, ma sta lì e anche lui e tiene il tuo muro. Non rubare. Non copiare, non traccheggiare. Abbi una dignità nel misurare quello che sai, non elemosinare dallo studio degli altri, non usare il tempo degli altri, usa il tuo. Non raffazzonare, fai poche cose magari, ma quelle poche falle tue, falle pulite. Ecco ragazzo, io sto qui a dirti che ce ne prenderai tante, dalla vita. Ma proprio tante. Non sto qui a parlarti di radioso futuro e di occasioni da crearti, di luce del sapere, di gioia nell’apprendere. Non sto qui a dirti che non c’è lavoro, o a parlarti della fuga dei cervelli. Bisogna avercelo, un cervello, perché possa fuggire. E io sono qui per farti conoscere il tuo. Tu non puoi sempre amare, come facevano gli antichi, quello che studi. Perché tu non studi per la strada, non ti siedi per terra e per scelta davanti al tuo Maestro. Però ha un valore quello che io ti racconto a scuola. Ha un valore, anche se tu ora forse non lo vedi. E quando, dopo avere girato tutto il mondo e abbracciato tutte le mode e tutte le culture, tutte le musiche e tutte le storie, e percorso tutte le strade, ti fermerai a pensare, lì, proprio lì nel fondo della stiva tu troverai quel valore che ora ti sembra tanto lontano dal tuo vissuto. E troverai solo quello. Quel valore è sempre stato lì. Ma bisogna partire e fare un lungo viaggio, e poi tornare, per vederlo. Ecco, io sono Calypso. E queste sono le provviste che metto ogni anno sulla tua barca. Sta a te il modo in cui le tratti: se custodirle, o buttarle in mare.

Buono studio, con Amore.