LUDOVICO ARIOSTO
MISURA DELL'UMANITA'
ARIOSTESCA
TRATTO DA: Metodo e
poesia di Ludovico Ariosto
“Degli uomini son varii
li appetiti:
a chi piace la chierca ,a chi la spada,
a chi la patria,a chi li strani liti.
Chi vuole andare a torno,a torno vada:
vegga Inghelterra, Ongheria, Francia e Spagna;
a me piace abitar la mia contrada.”
(SATIRE, 1, vv. 52-57)
«Sic me contingat vivere sicque mori»: è
l'insegna alla quale sulle orme dello Harington, i
devoti dell'Ariosto possono affermare la loro aspirazione ad una vita di fuochi
tranquilli e costanti, di silenzioso sviluppo di sogno entro una cornice di
atti quotidiani senza pretese, e il loro sguardo ad una vita trasposta in un
ritmo medio di poesia dalle Satire, può struggersi di fronte a quegli interni
pacifici, a quei gesti essenziali e negletti, a quel beato viaggio sul
mappamondo, al cruccio dolcemente egoistico di comodità sobrie e rapite da una
sorte maligna ma non spietata. E il baldiniano «
Lodovico della tranquillità » (in cui passa la suggestione del boccaccesco
Johannes tranquillitatum) accentua il calore tra ferrarese e romano
dell'antiascetico lodatore di bellezze femminili o di seccatissimo ed eroicomico
governatore della Garfagnana.
Ma queste grazie sottolineate da calligrafie ben più grosse e carnose di
quella genuina, finiscono per sfarsi in discutibile pittoresco come riducono e
deformano il vero valore di una costatazione preliminare: è una vita che si
sottrae al romanticizzamento avventuroso, che è difficilissimo trasformare in
una qualsiasi « storia di un'anima », in dramma ideologico e spirituale (un
Tasso, un Dante, un Petrarca), che è priva di ansie eppure non priva di quella
tensione e attenzione pensosa, di quella cognizione della rugosa realtà (« in
questa assai più oscura - che serena vita ») che altrove sfociano in dramma,
problema, rivolta. È possibile invece vedere questa
vita esemplare, estremamente istruttiva per i rapporti vita-poesia ed
estremamente coerente con il tono poetico che nella sua maggiore purezza
raggiunge l'esperienza dell'Ariosto, senza forzature indebite e ricercandovi
non tanto le linee di caratterizzazione gustosa (presi troppo dalla
trasfigurazione volontaria delle Satire) quanto la giusta situazione di un
atteggiamento umano ed estetico che non implica alcuno scambio estetizzante dei
due termini e la loro reciproca falsificazione.
È possibile indicare, ad esempio, come luogo d'incontro di vita e poesia quel
fondo di serietà semplice, di gusto delle cose che perfino i poeti romantici
affidano al loro epistolario: sì che la faccia corrucciata dell'Alfieri si
spiana in un idillio insospettato in certe lettere che parlano di stufe, di
cioccolato, di appartamenti. O quell'attaccamento alle
cose comuni ed agli affetti essenziali, quel saper dare una linea alle proprie
azioni senza portarle mai su di un piano programmatico (senza farsene un
programma di azione e di moralità esplicita), quel
certo fastidio delle cose pratiche pur vivendole e gustandole in quanto
costituiscono abitudine e clima della nostra giornata, quel lamentarsi, che si
sente già da sé esagerato e poco drammatico, di faccende che però si compiono
senza ribellione: sono caratteri che allontanano l'Ariosto dal « genio »
scattante. e dolente come l'ottocento ce lo ha
rappresentato e lo avvicinano ad una umanità intensa e semplice, istintiva
nella sua apparente mediocrità e che ci appare essenziale in uomini, che con
modestia di artigiani vivono l'arte senza boria, senza gesti, senza
giustificazioni a ritroso, mantenendo le loro azioni nella misura più istintiva
e civile.
Ci sono poeti vistosi e spesso retorici che hanno bisogno di rivelarsi sul
piano pratico e di imprimere i loro monogrammi fastosi su ogni minima azione,
mentre i poeti più intimi riservano ai loro vizi e alle loro virtù uno stadio
di sincerità e di sobrietà intatte da ogni moda esteriore. Tanto che questo atteggiamento semplicemente umano ed assorto (e senza
gusto di falsa primitività) pare distinguere proprio coloro che del tempo hanno
un sentimento interiore che li sottrae alla rovina dei programmi e degli
impegni e che più si conservano in una condizione poetica che non e lo stato di
trance della pitonessa, ma piuttosto una profonda attenzione ai movimenti
dell'intima fantasia, una lettura costante e piena di un testo di sentimenti e
di impressioni. Un atteggiamento che si può sentire in un Boccaccio, in un
Orazio, e che se naturalmente non può indicarsi come sine qua non di ogni vita poetica, si ritrova essenzialmente anche nei
più allucinati, nei più « visionari », e si impianta bene e in modo
caratteristico nel clima umanistico rinascimentale, in un clima di armonia non
ricercata ad ogni costo, ma vissuta in concrete forme di civiltà.
Ma è pur chiaro che questo tentativo di riconoscere
nell'atteggiamento ariostesco uno «speculum»
di vita di poeta si limita poi in concreto all'illuminazione più larga di una
particolare individualità, vista sempre dalla parte dell'opera nella sua vita
intera. Anche l'accenno fatto ad Orazio va subito
limitato per non calcare su di una linea della fisionomia ariostesca che
neppure nelle Satire è completamente ritrovatile se non con una volontaria
falsificazione. Orazio, che certo l'Ariosto amò e risentì nella sua formazione,
è troppo esplicitamente e programmaticamente maestro di saggezza poetica e di
sobrietà edonistica e nel suo sguardo pacato c'è una
lentezza di buon senso poco sollevato da un primato della fantasia, il suo
ricorso alle cose nella sua concretezza è troppo gustato e si traduce
facilmente nella sua poetica del verosimile e dell'«utile dulci». Mentre
l'attacco ariostesco fra vicenda umana e storia poetica è più spontaneo, mai
moralistico e mai programmatico sì che i fatti, gli avvenimenti si sciolgono
facilmente in modo di vivere, in apprensioni di realtà assunte nel loro
significato più vasto di accenti del ritmo vitale di
cui pochi poeti han sentito l'unità e la preminenza al pari dell'Ariosto
sapendo mantenere alla poesia la sua destinazione di alleggerimento, di
astrazione stilistica che diventerebbe gusto di decorazione calligrafica se non
fosse calda di una sua umana contemporaneità...
Attacco diretto fra vita e visione artistica in cui la cultura non costituisce
diaframma di soprastrutture e di pregiudizi boriosi. E se l'Ariosto aderisce
alla mentalità del suo « milieu » non ne nutre le
esagerazioni conformistiche.
Così va giudicata
la sua cortigianeria: non come condizione spirituale di cui certi umanisti sono
lieti e orgogliosi (« il cortegiano ») ; né d'altra
parte si deve, sulla falsariga del ritratto troppo coerente delle Satire, far
di lui quasi un romantico sdegnoso di ogni obbedienza, geloso della sua
assoluta indipendenza personale, quasi nel senso di quel letterato di « Del
Principe e delle lettere » che l'Alfieri vien proprio a contrapporre ai
letterati cortigiani tra cui include lo stesso Ariosto. Si tenga conto che i
numerosissimi lamenti contro la vita di corte e il servizio dell'« Erculea
prole », contenuti nelle Satire, risentono in parte di una tradizione
letteraria e in parte nascono da un fastidio non convenzionale di uno spirito
schiettamente poetico per un'attività che lo distraeva dal suo gusto di una
vita tranquilla come vestibolo indispensabile al regno della fantasia, come
punto di vista e di partenza per il suo viaggio poetico. Se il problema della
cortigianeria non era sentito nell'epoca se non come mancanza eventuale di
misura o come stimolo a vane ambizioni, l'Ariosto sentì il suo servizio come
una limitazione seria della sua libertà in quanto
possibilità di quiete, di attenzione tranquilla, condizione dell'aprirsi della
fantasia dai beati vestiboli del silenzio e dell'immobilità. Non c'era in lui
umiliazione morale o disagio nell'approfittare di un mecenatismo che anzi
lamentava troppo avaro e mal disposto. E viceversa le sue adulazioni vanno
prese alla stessa stregua delle invettive contro i tiranni (e artisticamente
quasi un fregio sontuoso di uno stemma che non impegna moralmente l'artista
cinquecentesco) e contro gli adulatori, che mentre esprimono risentimento
contro l'eccesso, la mancanza di misura entro schemi oraziani, vanno considerate non come ritrattazioni delle espressioni
cortigiane, ma come altri motivi di arricchimento estetico: non come
impegnative rivolte, ma al massimo come momentanei sfoghi facilmente
rasserenabili nel fondamentale interesse di conoscenza poetica di un sopramondo
fantastico in cui vive veramente l'animo « tutto umano » dell'Ariosto.
Né sdegni
brutiani né viltà cortigiane e mescolanza di satira e adulazione sullo stesso
piano decorativo (sì che nelle liriche latine ad un distico irrispettoso, il
LVI, sugli Este segue uno sperticato elogio di Ippolito),
e piuttosto una serietà in un altro piano di coerenza personale e di dignità
poetica. Certo può colpire che l'Ariosto nelle sue Rime sanzioni (Egloga I)
l'orribile violenza di Alfonso e di Ippolito contro i
fratelli Ferrante c Giulio, ma è ingenuo inserire l'Ariosto in un giudizio
storico a posteriori e volerlo rendere estraneo allo spirito cinquecentesco del
diritto della forza e del signore. Era l'epoca in cui il Principe, pur nella
sua rivoluzionarietà, doveva apparire non in contrasto con il più generale modo
di sentimento e di giudizio, e la tenace ragione per cui le Signorie si erano
impiantate e restavano, il desiderio cioè delle forze
borghesi e aristocratiche di non essere disturbate da sussulti comunque
originati, teneva alto posto nell'« ordine » di quella civiltà. Ragione di vita
di un'epoca storica di cui l'Ariosto si faceva eco nell'elogio citato con una esagerazione tendenziosa che rivela però il suo
istintivo e storico conservatorismo:
Prima a' nimici e poi veniamo a' ricchi, fingendo novi falli e
nove leggi, perché si squarti l'un, l'altro s'impicchi ............. Qual cosa
non faria, qual già non fece un popolar tumulto che si trove sciolto ed a cui
ciò ch'appetisce lece?
Fedeltà intima a certi motivi essenziali del
suo tempo e fedeltà al suo bisogno di un ordine civile per la sua elaborazione
del ritmo vitale colto sotto le forme della civiltà e nel moto delle cose e
degli affetti essenziali. Figlio di una aristocrazia
borghesizzata, ancora capace di prendere la spada in pugno nella guerra sotto
le insegne del signore, ma più lieta di una vita agiata e tranquilla, l'Ariosto
è pur lontano dal modello di un Sancho, e ricco di impeti generosi e
combattivi. « Che cuore aveva l'Ariosto! », ma d'altra
parte se la frase desanctisiana coagula e liricizza l'impressione dell'animo
ariostesco, della sua altissima possibilità di adesione
su piano umano e poetico a motivi di intensa commozione, non si può arrivare
alla precisazione di certi atteggiamenti pratici che una critica deteriore
potrebbe prendere anche a spiegazione dell'Orlando. Così il
preteso patriottismo dell'Ariosto che ha fatto fremere qualche vecchio trombone
provinciale, così la satira antiecclesiastica tanto comune nel poema.
Inutile insistere sul primo, tradizionalmente basato sulle invettive
antistraniere quanto mai volubili e fugaci: sin dal '94, ad es., in occasione della discesa di Carlo VIII, d giovane poeta
scrisse due componimenti dello stesso argomento («ad Philiroem», «ad
Pandulphum») in cui lo stesso accenno alla calata del re francese serve in un
caso ad un contrasto sanato in edonistica indifferenza, nell'altro ad una
brusca interruzione dell'idillio amoroso: «me nulla tangat cura...» «Hic est
qui super impiam - cervicem gladius pendulus imminet».
E accanto alla
famosa invettiva del XXXIV («o fameliche ecc.») si
trovano nel poema le lodi di Francesco I e di Carlo V, l'esaltazione dei vari
signori che erano la causa della disunione e della debolezza italiana. Mentre il lamento per le sciagure italiane nasce coerentemente dal
senso rinascimentale di una catastrofe di condizioni di vita civile, della
perdita del «bel vivere».
Il bel
vivere allora si sommerse; e la quiete in tal modo s'escluse, ch'in guerra, in povertà sempre e in affanni è dopo stata ed
è per star molt'anni.
[XXXIV, 2]
Né molto di più possiamo trovare circa un presunto
sdegno ideologico o di un voltairiano disprezzo nei riguardi della religione
tradizionale. Chi legge certe ottave contro la corruzione del clero e
specialmente contro i frati (per esempio la scintillante descrizione del
convento dove viene ritrovata la Discordia, nel c.
XIV) o certe espressioni di unzione ironica, potrebbe credersi di fronte ad una
precisa posizione ideale. Ma più che una posizione combattiva bisogna accertare
le condizioni di una interessante coerenza ariostesca.
Vi era una tradizione letteraria specialmente novellistica antiecclesiastica e
soprattutto antifratesca e il cinquecento portando a maturazione l'aspirazione
umanistica, ad un pieno e sincero possesso della vita, aveva
esasperato ogni atteggiamento antiascetico e ridicolizzato ogni sforzo (come
inutile od ipocrita) di inibizione al godimento dei beni mondani (l'eremita ed
Angelica, mito del secolo). Ma ciò non implica una
rigidezza riformatrice da cui gli italiani erano immunizzati proprio
dall'eccessiva soluzione in ridicolo di vizi e difetti che apparivano frutti
naturali di una costrizione innaturale e a cui non avevano da opporre un ideale
religioso diverso da quello tradizionale per il quale sempre le invettive anche
belliane hanno costituito una potente valvola di sicurezza. Come l'Ariosto non
discuteva l'autorità del signore pur con la sua ironia sui tiranni, così nel
suo atteggiamento di poeta infastidito di ogni ricerca
lontana dalla sua accettazione dei motivi elementari della vita e delle linee
essenziali della civiltà, egli si precludeva ogni via di eresia con quel gusto
antiastratto che italianamente si volgarizza nella distinzione di due piani,
quello della vita praticata senza scrupoli e quello del culto accolto come
indiscutibile. Si legga la Satira VI dove il padre si preoccupa dei pericoli
dello. studio per il giovane Virginio. Sì il filosofo
può diventare eretico,
perché, salendo lo intelletto in suso per veder Dio, non de'
parerci strano se talor cade giù cieco e confuso. Ma tu, del quale il studio è tutto umano, e son li tuoi soggetti i boschi e i
colli, il mormorar d'un rio che righi il piano, cantar d'antiqui gesti e render
molli
con preghi animi duri, e far sovente di false lode i principi satolli; dimmi,
che truovi tu che sì la mente ti debba avviluppar, sì torre il senno che tu non
creda come l'altra gente? (vv. 46-57)
Nei
quali versi è da notare questo senso di sdegno sincero contro quei letterati
che vogliono allontanarsi dal modo di sentire comune, dalla tradizione, dalla
concretezza di una mentalità che non viene discussa
come non vengono discussi i motivi naturali, i sentimenti umani di cui il poeta
deve farsi interprete. Non tanto un conformismo pauroso (parum de principe,
nihil de Deo) che più si impadronirà dell'animo degli
italiani con la controriforma, ma un conformismo tradizionalistico, per amore
di concretezza, per paura di uscire da una misura umana che appare all'Ariosto
come essenziale base ad ogni espressione artistica.
Sulla
misura umana si calcola anche il suo amore per una vita semplice e sedentaria e
il risultato che egli traeva dall'esperienza delle preoccupazioni giornaliere,
dei viaggi non amati e pure così pronti a passare come esperienza di disagio e di accettazione di movimento e di pittoresco nel tono medio
delle Satire o come base concreta della geografia soprareale dell'Orlando.
Viaggi ed esperienze che nel loro limite poco avventuroso e fastoso ci
confermano l'immagine del viaggiatore sul mappamondo, dell'amante di una quiete
casalinga e cittadina (quasi un umanistico e poetico travestimento di Kant) per
una piena libertà poetica, in cui bene si inquadrano
gli aneddoti del Pigna, del Fornari, di Virginio sulla sua distrazione, sulla
sua sensibilità, sul suo carattere malinconico e pur festivo, che completano,
fuori di figurini unilaterali, questa immagine così sensibile di uomo vivo per
la poesia nel suo senso più istintivo e civile, avviato da una esperienza immediata
e spregiudicata ad una conoscenza superiore tutta poetica e non perciò ingenua
o miracolosa.